Alfonso Mangone

Alfonso Mangone

INTRODUZIONE ALL’OPERA DELL’ARTISTA

L’ODORE E IL COLORE

di Francesco Corsi

Alfonso Mangone nasce ad Altavilla Silentina, nel 1958, sorta di paese dionisiaco, tra cantine, asini, capre, pecore, cani e gatti randagi.
Un luogo pervaso dall’odore della legna e dei fuochi nell’inverno, dall’odore dei campi, dei sughi, dei pomodori appena colti in estate. Con i fichi secchi la povertà segna una vita tuttavia rigogliosa, una vita condivisa, tra il chiasso della tavola e i giochi dei bambini. Dalle porte aperte delle case uscivano gli odori della salse. Sulle antiche porte di legno, non c’erano le chiavi, perché le chiavi stavano appese ai muri, come fossero un’opera d’arte, arrugginite, pesanti, enormi. Ululati, linguaggi grotteschi, antichi volavano per il paese. Strette di mano forti, saluti vigorosi. Non c’era il telefono per chiamarsi tra amici, ma c’era l’urlo selvaggio che rompeva il vento. I giochi antichi dei bambini, bambini istintivi, gioiosi.
Il paese era ebbro di vino, le cantine erano ovunque cariche di odore di vinaccia.
Botteghe ovunque dove trovavi stoffe, sarti, calzolai con il loro nero odoroso di pece, pizzicagnoli, odori acri di formaggio, profumi di salumi, delicato odore di frutta secca. Su ogni davanzale macchie rosse di peperoncini, tra basilico, origano selvatico. V’erano stalle per ogni famiglia, quando ognuno aveva il proprio asino come mezzo di trasporto e la propria capra, tra odori forti di animali che davano persino piacere, lo sterco degli asini sotto il sole, tra i ciottoli di fiume dei vicoli paesani. E tra i covoni di fieno, come macchie gialle di paglie si nascondeva il rosso degli amori.

IL SEGNO
Il segno stava già dentro l’artista, quando a otto anni, prese l’antiruggine del nonno che faceva il fabbro e sulle pietre di casa nostra scrisse: “THE ROLLING STONES”. Fu la prima provocazione istintiva. Il padre, muratore dalle robuste braccia, prese lo scalpello per togliere quei quindici metri di pittura rossa antiruggine dalla facciata della casa.
Il pittore amava la musica dei Rolling Stones, dei Kings, degli Who, dei Cream, di Jimi Hendrix. Ascoltava il rock estaticamente. Da bambino si pitturava i pantaloni con i pennarelli, le penne, e manifestò il suo atteggiamento di creatività ribelle quando rivoltandosi al maestro, che lo redarguiva per i vestiti macchiati di colore, venne cacciato dalla scuola. Poi, dopo la ribellione, subentrò l’introversione e continuò la scuola media con un diverso atteggiamento, molto silenzioso. E fu allora che iniziò a sviluppare il suo linguaggio artistico, innamorato dei caldi colori dei fiamminghi. Cominciò anche a guardare “I giocatori di carte” di Cezanne, che gli ricordavano le cantine del suo paese. Nel ‘73 cominciò a realizzare i primi tributi a Cezanne, il primo vero rivoluzionario, dopo Delacroix. E guardava Monet, Pissarro, gli impressionisti francesi. Man mano scoprì Van Gogh, fino agli espressionisti tedeschi; Die Brücke, Max Pechstein, Kirkner. Ma anche André Derain, Matisse, con i loro fuochi.
Così nacque il suo stile, all’ombra virtuosa di questi grandi artisti da lui amati.

PUNK ED ESPRESSIONISMO
Si iscrisse all’Accademia di belle arti a Napoli e dalla città partenopea a Catanzaro ascoltava la musica Punk interpretando sempre i suoi espressionisti. Nel primo anno d’Accademia a Catanzaro frequentava le piazze “come fossi un cane randagio del mio paese”. Era libero, hippy.
Arrivò poi a Firenze in pieno periodo punk. In Piazza San Marco all’Accademia, frequentò il corso di Giulietti e in questo periodo conobbe il Presidente del mercato del pesce di Firenze che ogni mattina gli commissionava un quadro.
Gli faceva ritrarre le chiese fiorentine come Santa Maria Novella, Santa Croce, Monte alle Croci, Santa Trinita.

E venne la mostra curata dal famoso Aldo Braibanti che giunse da Roma con un’Ape a tre ruote, insieme al filosofo Gilberto Corbellini, e pure con una papera al seguito.
A Roma fu Ferruccio Massimi, un grande organizzatore di mostre, editore, gallerista, che dedicò molto spazio al pittore su molti cataloghi e saggi d’arte. Mangone fu presente nella cartella di grafica “Elites Citoyen et Bourgeois” che conteneva venti opere di artisti tra i quali Gianfranco Baruchello, amico di Picasso e di Duchamp, Pino Reggiani, Tullio Catalano, Petrus, Nunzio e molti altri. L’opera era curata da Giulio Salierno e Mikis Teodorakis, il famoso musicista greco autore della colonna sonora del film “Zorba il greco” con Anthony Quinn.
E ancora con la mostra “Arte e Alcool” di cui parlò tutto il mondo. Ancora oggi a Formello, vicino Roma, è esposta un’opera di Mangone.

ATTRAVERSOCITTÀ
L’artista, dall’anima sia bucolica che metropolitana, si definisce un “attraversatore di città”. Il suo motivo conduttore è infatti la crasi “ATTRAVERSOCITTÀ”, con significato sia avverbiale che verbale.
Negli anni ottanta alla guida della Porsche-Volkswagen giallo fosforescente, ascoltando i Sex Pistols, incontrava a Firenze Ginevra Romanelli, nipote del famoso Romanelli autore del busto dedicato a Benvenuto Cellini sul Ponte Vecchio.
Con lei, misto tra una donna inglese e una donna toscana, una fotomodella, alta, slanciata, con due lunghissime gambe magre e sensuali, rossa di capelli e occhi penetranti magnetici, viaggiò per ogni dove, da Amsterdam a Salerno.
Con questa splendida donna, frequentò la vita notturna underground con amici alternativi.
Poi in Germania a Berlino, quando c’era ancora il muro, si divideva tra locali underground e amicizie importanti, come con gli editori Fischer.
Poi vi fu il ricco periodo olandese, nel luogo dell’imprinting dell’arte del pittore: la culla dei fiamminghi e del colore di Van Gogh. Il suo giallo primario lo stregavano come i fuochi del suo cielo stellato. In Olanda a Groningen girando per i coffee shop, condusse una vita sempre on the road. Il suo segno, il suo linguaggio cominciava ad essere conosciuto. Venne accolto nella cerchia dei pittori più importanti in Olanda.
Si iscrisse al Centrum Beeldende Kunst dal quale arrivarono molte opere su commessa. Aveva un forte riscontro a livello di mercato. Frequentava i locali più rock dell’Olanda. A Vera Groningen convergevano tutti i gruppi grunge degli anni 90, i Nirvana, i Ted. La sua vita era rock, concerti, arte e donne. Libertà,alcool, psichedelia.
A Groningen teneva ben due grandi atelier in palazzi della banca olandese ABN AMRO Bank e all’Aia dipingeva e teneva l’atelier in un vecchio Ministero della Difesa abbandonato, di fronte all’Ambasciata Italiana. Riempì quasi tutto il palazzo con polittici anche di dieci metri. Di fronte al suo atelier si trovava l’enorme “Panorama Mesdag” di Hendrik Willem Mesdag, per il quale è stata costruita appositamente una struttura di 120 metri di circonferenza.
Questi sono cenni storici sulla vita di Fernando Alfonso Mangone, senza conoscere i quali non possiamo immergerci veramente nell’opera del pittore. Perché Alfonso attraversa le città, i luoghi, ma attraversa innanzitutto la propria anima con la profondità di un poeta che gli consente di fermare sulla tela la velocità della vita che scorre. La vita scorre frenetica nei tempi moderni, ma anche nella quiete delle campagne dove si annusano lentamente gli odori, dove si riposa sul giallo del fieno, vive comunque la frenesia del tempo che passa e delle emozioni che fuggono. La pennellata di Mangone è veloce, avida di vita, bramosa del desiderio di cogliere ogni notte con il suo mistero, di attendere il giorno dall’alba, di cogliere il fuoco dei tramonti che ci lasciano immergere nella notte, dove si acquietano le tempeste, ma dove un’aurora boreale di fluorescenza, ci fa capire che la luce non finisce mai.

OPERE

TRA LUCI E COLORI I PERCORSI EUROPEI DI ALFONSO MANGONE

di Luciano Carini

Personaggio di rilievo, Fernando Alfonso Mangone vanta la partecipazione a rassegne di altissimo livello, la collaborazione e la frequentazione di importanti e qualificati personaggi della cultura internazionale nonché un’intensa attività espositiva fatta di mostre prestigiose tenute in spazi pubblici e privati di tutta Italia e nelle principali capitali d’Europa. Da sottolineare poi la sua collaborazione con Enti ed Istituzioni di rilievo internazionale come “Green Peace”, “Amnesty International”, “Stade-Kunst” e la multinazionale “Heineken-Italia”.

Nato ad Altavilla Silentina, in provincia di Salerno, è stato per lungo tempo artista giramondo, metropolitano e nomade per scelta, per conoscere altri mondi e altre culture, per ampliare i suoi orizzonti artistici e culturali, per fare nuove conoscenze e arricchire la sua già feconda e predisposta interiorità. Nel corso di questo lungo periodo di nomadismo è stato a Berlino, Rotterdam, Parigi e Londra, ha vissuto i periodi e i luoghi dei più grandi maestri del Rock e del Punk immortalandoli in giganteschi cartelloni che, per lungo tempo, hanno fatto da sfondo a paesaggi e scorci di famose città e metropoli. Erano, questi, anni dal clima effervescente: ovunque sorgevano e si sviluppavano gallerie e laboratori di ricerca sulle Avanguardie Storiche e i nuovi Movimenti, le nuove idee si innestavano sulle altre, quotidiani e riviste dedicavano fiumi d’inchiostro al boom del mercato dell’arte che, per la prima volta, era percepito anche come investimento.

Si è nutrito di questo clima e di queste atmosfere, Alfonso Mangone, e di questi tempi ha conservato emozioni, sensazioni ed entusiasmo continuando, imperterrito, a dipingere e produrre senza mai perdersi d’animo, seguendo, con naturalezza e spontaneità, il filo della propria fantasia e creatività, restando sempre fedele alle sue originali e caratteristiche tematiche. Pittura di chiara derivazione espressionista, questa, e vicina ai Fauves per l’intensità cromatica, ma fortemente autonoma e personale, libera e sentita, percorsa dall’emozione e dal sentimento.

Mangone esegue di getto, seguendo l’impeto del momento, il suo estro creativo, interpretando liberamente le proprie sensazioni e il proprio stato d’animo. Con questa scrittura libera e veloce ci offre così immagini intense ed emozionanti riferite al quotidiano, ad attimi e momenti che scandiscono la vita e il percorso del vivere comune.

Tra le sue tematiche preferite, però, eccelle senza dubbio quella riferita al paesaggio urbano che il nostro artista sa descrivere con grande naturalezza cogliendo la frenesia dei nostri giorni, il caos metropolitano, la geometria delle moderne architetture, la vivacità delle insegne luminose, icone statiche ma onnipresenti dell’odierna realtà.

In passato altri artisti si erano dedicati al paesaggio urbano: Mario Sironi ritraeva desolate e tristi periferie, Ottone Rosai deliziosi vicoli di città e paesi toscani. In queste opere, ormai consegnate alla storia, tutto era concentrato sulla solitudine e sul silenzio, quasi irreale, che dominava gli spazi: spazi vuoti e senza tempo che lasciavano intuire angosce e presagi di una società in profonda trasformazione.

Opposte, ma in un certo senso complementari, sono le visioni di Alfonso Mangone che opera in un momento storico diverso, quando ormai le grandi evoluzioni tecnologiche si sono completate e le metropoli hanno cambiato aspetto diventando luogo di incontro, colorato palcoscenico di vita interculturale, centri importanti del potere politico ed economico. Il nostro artista, dunque, nei suoi paesaggi urbani non ricerca le problematiche esistenziali o il senso opprimente delle solitudini individuali che pur esistono e sono presenti, quanto piuttosto la dimensione realistica della città, i momenti della giornata, i riti, più o meno borghesi, di una vita scandita da orari, abitudini ed azioni che si ripetono con ossessiva continuità, in un rapporto alienante e di prolungata frustrazione. E il senso della solitudine e del disagio esistenziale allora emerge fortissimo, ma non come dato fondamentale della sua ricerca, bensì come riflessione e risultato di una vita che, per i suoi ritmi e i suoi tempi, non lascia spazio a rapporti veri e disinteressati.

Accattivanti e sorprendenti i colori di Mangone: le loro gradazioni si rivelano lentamente passando dai toni grigi e soffusi a improvvise e luminose accensioni, i suoi segni e le sue vampate cromatiche si infittiscono e si rincorrono senza interruzione sulla tela, diventano tracce, percorsi e ritmi intermittenti che dinamizzano la spazio creando vita, movimento e pulsione. Con questi colori e con il suo gesto perentorio e deciso, Mangone attira così lo sguardo dell’osservatore all’interno della sua trama visiva e dentro l’illusoria dimensione della rappresentazione in una scansione geometrica senza fine e in una profonda e infinita vertigine prospettica. In questa bella e suggestiva mostra piacentina, accanto ai dipinti delle grandi città e metropoli europee ci sono anche svariati lavori dedicati alle nostre zone e alla Pianura Padana: a Piacenza, innanzitutto, (Piazza Cavalli e Piazza Duomo), al Po e ai suoi orizzonti e poi a Parma, Modena, Mantova ecc. Sono luoghi che il nostro artista conosce molto bene e che ama intensamente.

Dopo tanto peregrinare, è finalmente tornato a casa, il nostro artista, ai luoghi che lo hanno visto bambino e che non ha mai dimenticato. Qui, nel silenzio raccolto della sua terra, continua a lavorare e produrre, a raccontare la sua storia infinita fatta di uomini e cose, di città e paesi: frammenti di vita, ricordi vissuti, attimi intensi rubati alla frenesia dei nostri complicati giorni e donati alla magia dell’arte e della poesia.

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