"La CHARTA QUARNERINA"
Mitopoiesi e innovazione del “Corpus Separatum”
Di Alfredo Bassioni

2019

Nel clima contemporaneo in cui libertà e diritti sembrano esser diventati prerogativa di poteri globali più o meno dichiarati, il documento dannunziano diventa di estrema attualità nel richiamare l’attenzione su un’idea di democrazia che appartiene al popolo con il principale scopo di produrre la cultura della felicità collettiva. La Carta del Carnaro propone la coltivazione di un senso di appartenenza che si realizza attraverso una cultura che non è soltanto del lavoro, ma anche della sicurezza e dell’identità, come direbbe anche Gustavo Zagrebelsky.
L’esperienza di Fiume è per Gabriele D’Annunzio “l’estrema rocca della cultura latina, è l’ultima portatrice del segno dantesco”. Attraverso i secoli il Carnaro di Dante si conservò italiano. Un’esperienza di appartenenza, oltre gli aspetti formali, per un’identità vissuta e condivisa, pur nel rispetto delle peculiarità e delle ricchezze delle diverse tradizioni. Bassioni sottolinea come “dal gioco armonico delle diversità sia fatta sempre più vigorosa e più ricca la vita comune”. Per consentire questo, si evidenzia come la strada da percorrere sia diametralmente opposta a quella attuata dal fenomeno politico contemporaneo che tende ad una orwelliana globalizzazione: la Reggenza della democrazia fiumana infatti “abolisce o riduce la centralità soverchiante dei poteri costituiti”. Mentre D’Annunzio propone una paideia che insegna a lottare contro il cieco potere, si apre un capitolo spinoso sul fronte italiano attuale: l’essersi costituito in Italia una sorta di Sancta Sanctorum o di “casta”, per usare un’abusata parola, che consente ad alcune categorie di agire senza mai rispondere delle proprie azioni.
Se vero è che la democrazia tributa sovranità al popolo, il popolo ha diritto alla garanzia della propria sicurezza e integrità lottando – dice D’Annunzio – “fino all’estremo, per mantenere contro chiunque la contiguità della sua terra alla madre patria”. Oggi viene invece una cultura che sta diventando dominante propone la cultura dell’apolide, come fosse una conquista, in nome di una fratellanza universale dove, guarda caso, si partecipa sempre meno alla democrazia.
Ben diverso l’anelito dannunziano “di ricondurre i giorni e le opere verso quel senso di virtuosa gioia che deve rinnovare dal profondo il popolo finalmente affrancato da un regime uniforme di soggezioni e di menzogne”. Il poeta credeva nella possibilità di elevare la dignità e di accrescere la prosperità di tutti i cittadini.
Il lettore non può non stupirsi nel vedere che “nella reggenza italiana del Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale. Ogni mille anni, ogni duemila anni sorge dalla profondità del popolo un inno e si perpetua. Un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo dio. Se ogni rinascita d’una gente nobile è uno sforzo lirico, se ogni sentimento unanime e creatore è una potenza lirica, se ogni ordine nuovo è un ordine lirico nel senso vigoroso e impetuoso della parola”, la musica non è un accessorio, ma uno dei fondamenti educativi: “Come il grido del gallo eccita l’alba, la musica eccita l’aurora”.
Salta allo sguardo come la nostra epoca sia carica di paradossi: mai come oggi siamo sottoposti alla tecnologia mentre viene diffusa una cultura dominante che vorrebbe indurre il popolo a diventare nemici delle macchine fragorose, verso un’edulcorante culto del “soft” dove la macchina non è più un cavallo da domare con orgoglio, ma una protesi sempre più imprescindibile per l’uomo inconsapevole. Mai c’è stata così tanta possibilità di acculturarsi, studiare, partecipare alla politica e alla democrazia, e mai così tanta indifferenza. La disponibilità del mezzo, vissuto ormai come una banale protesi finisce per far scivolare il popolo in un torpore, dove tutto è già pronto, già preparato, già disponibile e dove quindi nozioni come “orgoglio”, “coraggio” , “senso di tradizione” sono superate in un mercato che rende tutto incolore, inodore, insapore. La realtà virtuale si sta sostituendo all’istanza di realtà. Quell’istanza che faceva insorgere i cuori di un popolo e che accendeva il motivo della decisione. Oggi non si decide più. I giovani non decidono più di sposarsi, non decidono più di lottare per il proprio futuro. La nuova società sembra galleggiare su un alone di irrealtà dove vige il senso di impotenza di fronte a quei poteri che decidono per il popolo e che rendono il popolo non più libero. L’individuo viene privato oggi in modo sottile di quel barlume di libertà che faceva accendere uno spirito di cambiamento, di lotta per la giustizia, anche di rivoluzione.
In D’Annunzio è vivo quel sentimento futurista che celebra la macchina, come mezzo per esprimere l’ardimento delle passioni e degli ideali: “la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà; l’uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.
Gli ideali democratici sono preposti a elevare progressivamente la società attraverso le corporazioni che sono l’ossatura della società. Una partecipazione “vera”, reale, che si occupa di problemi e di opportunità reali, lontani dai Palazzi di vetro odierni dove si pensa di risolvere tutto attraverso costrutti normativi degni di un “azzeccagarbugli” il cui scopo è quello di confondere il cittadino affinché non s’accorga di essere turlupinato, emarginato dalla cosa pubblica.
L’autore osserva che “nella breve esperienza dello «Statuto», che era una vera e propria costituzione democratica, costituiscono una vicenda che configura una sorta di sperimentazione concreta, ma anche quasi in vitro, del modo in cui venivano affrontati da una certa cultura e politica italiana, e in quella particolarissima epoca, il problema della identità nazionale e dei suoi valori”. L’uomo della letteratura diventa l’uomo delle decisioni e dell’azione.
Bassioni rileva come la Carta del Carnaro risulti più completa nei confronti della nostra Costituzione Italiana. Se nella nostra Costituzione si sancisce che l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, non si sottolinea il fatto che il lavoro è fondato sulla produzione e quindi sulla capacità di essere imprenditori e di generare valore. Il valore sembra una prerogativa di Stato che cali misteriosamente dall’alto o un dovere che i “padroni” devono porre in essere per garantire ai lavoratori di venir salariati. Non si sottolinea come invece la produzione debba essere un valore condiviso assieme al merito. Così l’autore rileva che siamo diventati “un Paese nel quale si sono consolidate la perdita del valore del merito e la criminalizzazione della ricerca del profitto, sebbene siano essenziali per lo sviluppo dell’economia e il progresso del Paese, specialmente in una situazione, come l’attuale”.
Il nostro ordinamento sembra essere stato concepito nel merito e ne valori come a presentare una società contrapposta tra lavoratori e datori di lavoro. E la produzione nell’ottica dannunziana muove da presupposti spirituali, di educazione, di cultura, di orientamento alla gioia, alla passione per la realizzazione di qualcosa di bello nel lavoro. Infatti, la decima corporazione, alla sommità delle corporazioni, è rappresentata da un elemento sacrale, la lampada ardente con inscritta la parola “Fatica senza fatica”. Si fa riferimento al lavoro spirituale, di sacerdoti, intellettuali, poeti, filosofi che forniscono quella guida indispensabile ad una buona educazione che sollevi gli animi verso energie positive e verso la bellezza.
Nella nostra Costituzione invece regna il grigiore di quel “fondata sul lavoro” che ci fa percepire il lavoro come un’imposizione, una dipendenza, una sorta di biblica punizione per cui non è consentita la libera iniziativa e la gioia del fare e del creare.
Singolare poi è osservare come viene considerata la proprietà nella carta quarnerina. L’autore osserva come nella Nostra Carta la proprietà venga funzionalizzata alla società. Ovvero, non esistono in una democrazia di partecipazione e corporativa le rendite di posizione, le imposizioni di poteri chiusi alla società, di caste. “Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro. Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all’economia generale.” Il singolo non è autorizzato a disporre del proprio bene in modo non edificante per la collettività. In altre parole, l’individuo viene costantemente stimolato a far fruttare i propri talenti, a mostrarsi degno della grazia ricevuta. “Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma lo considera come la più utile delle funzioni sociali…Il fine ultimo del travail non è l’arricchimento personale, ma il bene collettivo al massimo bene, alla ‘coltura del popolo’ ”. Ben altro abbiamo visto accadere con le vicende delle privatizzazioni in Italia a vantaggio di pochissimi notabili e a svantaggio della collettività, come l’ultima vicenda spaventosa del crollo dell’Autostrada genovese dimostra.
Ben diversa da quella dannunziana è la società delle profonde diseguaglianze che si sta creando oggi dove vi sono sempre più ricchi potentissimi che negano l’accesso alla democrazia diretta del popolo. Il popolo per D’Annunzio si unisce anche in caso di guerra. Non ha senso infatti mantenere costantemente un esercito, quanto rendere il popolo in grado di configurarsi alla necessità come milizia armata. E a questo fa eco lo statuto che in momenti d’emergenza, le decisioni passino, per un tempo determinato, da un iter democratico, ad un plenipotenziario Comandante, che corrisponde a quella che nella Roma repubblicana era la figura del Console nominato con pieni poteri dal Senato per la sicurezza nazionale. Le emergenze non si affrontano con lunghe discussioni, ma con le decisioni che solo un uomo illuminato e delegato nella necessità può saper prendere. Anche da ciò siamo oggi ben lontani, riuscendo costantemente nel nostro paese a perdere opportunità sullo scenario internazionale.

Francesco Corsi

Dati

Anno edizione: 2019
Pagine: 186 p., Brossura con alette
EAN: 978-88-31950-03-9

Prezzo: € 20,00

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