Giancarlo Frisoni

Giancarlo Frisoni

INTRODUZIONE ALL’OPERA DELL’ARTISTA

COLLEZIONE "NATURA AORGICA"

di Francesco Corsi

Chiudo un attimo gli occhi e mi rivedo bambino, con tutto il mio mondo nel cuore e senza parole per dirlo, tutti i colori dei campi, i profumi, la gente di terra. Terra che non ha mai tradito e ancora sopporta. Era stato normale rubare il ramato e colorare il vecchio muro, provare il colore dei pollini, del succo di sambuco, del mallo, dello zolfo, fino a portare tutto man mano, sopra le tele. Fino a raccontare le dolcezze che vivevo, la sincerità che ascoltavo, l’armonia respirata. Sono così diventati racconti i miei quadri, racconti di terra e di cielo, di aria e di acqua, di gente e di vita. Terra che mi emoziona ancora ogni volta che mi passa di mano, perché sa di sudore e fatica, di grano e di vigna. Nessuno ci pensa ma noi siamo come il grano e la vigna, l’aroma del tempo. Raccontano di noi nelle metafore dei segni, negli spazi delle masse, nel dolore dei graffi, nelle armonie degli equilibri, nella grezza parola degli impasti e dei colori. Raccontano la bellezza dei sentimenti, le strade piene di sassi, gli smarrimenti, i valori sopiti, i ricordi lasciati, questo tempo del forse...

La poetica di Giancarlo Frisoni racconta la vita che nasce dalla terra, dai campi, dove si può leggere una sapienza che non è libresca e, tuttavia, nasce da un intuito profondo, come in un’esperienza vissuta nella dimensione primordiale, quasi fuori dal tempo eppure consapevole del tempo scandito dalla natura. Un

racconto senza parole che l’artista poeta si sforza di cercare, per dire ciò che è già detto fin dai primordi dell’Essere, ma va raccontato a chi non l’ha visto, a chi non riesce a percepirlo perché troppo occupato dal rumore moderno delle tecnica.

La natura aorgica è potenza infinita, imprevedibile, panica.

Frisoni è poeta prima che artista, Frisoni è contadino prima che poeta, Frisoni è uomo semplice che riesce a esprimere la complessità e il magmatismo della natura, con la finezza che può manifestare solo chi ha il dono di ascoltare l’eco del sublime. Chi cerca l’eco del sublime lo troverà perché leggerà la mia anima di uomo, la mia catarsi. In un viaggio che ogni volta offre qualcosa non visto e rilascia poco a poco il messaggio di un contadino che sa zappare ancora e leggere la poesia degli alberi, che ascolta il vento e la sua pace dentro. Che sa di essere come l’erba che vive nel muro.

Messaggi? Segreti? Altre verità? Cosa nasconde, cosa vuole dirci un quadro? Il tempo è breve, ma la traccia rimane, e noi torniamo nei meandri dell’enigma, dello sconcerto… la mia opera vuole essere un racconto, un viaggio visivo ed interiore dove muoversi e guardare, cercare e fantasticare, sognare e ricordare, emozionarsi e

lasciarsi andare. Non a caso le bande laterali che delimitano tutte le mie opere, sono il tangibile richiamo alla realtà, il ritorno alla ragione.

L’artista ha prodotto le sue opere giocando con l’elegia armoniosa degli impasti e la loro diafana ma intensa espressività. Ha lasciato che i colori e i materiali poveri utilizzati dessero agli spazi una luce che ricorda lontane dissolvenze della memoria.

La memoria è un tema particolarmente sentito da Frisoni che fa della sua vita una costante ricerca di una traccia cosmica di colore, di essenze, di materie, di un caos apparente che si riconduce nell’alveo di una forma che abbraccia il tutto.

Che tutto si snodasse in strutture sicure, in un equilibrio ordinato, emotivo, dove il segno vive tangibile, informale ma libero. E che le stesure materiche si muovessero lasciando affiorare i valori del mio linguaggio più intimo e poetico.

E dal tema della memoria, che prende forma in un poetico equilibrio, è inscindibile dal senso della continuità.

Con il mio continuo lavoro cerco, in una presa di coscienza sempre più matura, di lasciare emozioni che vadano oltre, e continuino a vivere nel tempo.

L’artista vive l’estensione nel tempo, quasi oltre il tempo stesso, esperendo “una tenerezza per le cose del mondo” che lo sollecita a “salvare” i materiali attraverso la trasformazione del gesto artistico.

Le opere sono una tecnica mista affrescata su muro. Gli impasti sono formati da terre, polvere di vecchi intonaci, colle, gesso, materiali di recupero. E i colori ricavati da altrettanti naturali materiali: solfato di rame, polline di querce, petali tritati, succo di sambuco, zolfi. Dove non basta mi aiuto con pigmenti oppure ossidi, che uso anche per le velature.

E Frisoni riesce con un senso di “verità” a restituire quella poesia che proviene dalla terra alla terra medesima, attraverso le sue tele attraverso la sua stessa materia, i suoi colori, e le sue essenze.

OPERE

GIANCARLO FRISONI ALLA BIENNALE DI VENEZIA

di Vincenzo Sanfo

Da tempo, le strade della pittura contemporanea si dipartono verso direzioni apparentemente divergenti, quelle tra pittura astratta e pittura figurativa.
Apparentemente, appunto, perché il dibattito tra pittura figurativa e pittura astratta è in verità un non senso, non essendo, la pittura, a ben vedere, mai astratta, anche quando non rappresenta un qualcosa di definibile e cito quale esempio i tagli di Fontana che, all’apparenza astratti, evocano invece simbologie sessualmente riconoscibili e a volte, in alcuni casi, lunari visioni di mondi lontani.
Così come in Burri, che nella sua apparentemente astratta elaborazione di materiali, i più disparati, allude a situazioni che riportano la mente a dati figurativamente evocativi di ferite, sessi, paesaggi e quant’altro.
Basti poi pensare a Fautrier, che con i titoli, Otage e Potage di alcune sue opere, già ci dice che siamo in un versante dell’astrazione che affida, alla matericità del proprio essere, l’allusione ad un dato riconoscibile, anche se, a prima vista, sfuggente.
Questo esercizio, ci porterebbe lontano, sino a sfiorare la dilaniante e prorompente gestualità di Pollock, che affida ai titoli, a volte, a prima vista, impropriamente accasati alle sue opere, come Cathedral, The Wooden Horse, Ocean Greyness, Comet, Portrait of a Dreams ecc. la sua necessità di indicare che, l’essenza dell’astrazione è comunque figlia di una osservazione della natura, la quale, comunque, volenti o nolenti, traspare nelle opere degli artisti, anche da quelli apparentemente più lontani da una visione figurativa.

È questo il caso di Frisoni che, apparentemente lontano dalla figurazione, ne conserva però l’alito evocativo, laddove egli non palesa, immediatamente, la declinazione letterale e descrittiva di un paesaggio o di un luogo immediatamente riconoscibile, ma ne evoca, come Fautrier, Burri, Fontana e a suo modo, Pollock, immaginarie visioni, che scaturiscono non dagli occhi, ma dal cuore.
Nei suoi dipinti, matericamente raffinati, si incontrano le dolci colline marchigiane/romagnole, si intravedono piccoli borghi, perduti nell’immenso silenzio di un paesaggio secolare, intimo, fatto di toni dolci, morbidi, terrosi, mescolati agli azzurri mediterranei del mare e dei cieli d’Italia.
Nei suoi dipinti, l’eco crepuscolare di un sentimento di amore per la sua terra si sposa con l’intima vocazione al racconto, che è la componente essenziale della sua pittura la quale trova, in una ricerca matericamente complessa, la sua catarsi.
L’opera di Frisoni è poeticamente lontana dalla pittura gridata, volgare, affrettatamente dipanata, in cui oggi sembra dibattersi e, sguazzare, l’arte contemporanea.
Il lavoro di Frisoni, appartiene, per sua fortuna dico io, ad un altro versante, quello della poesia, della riflessione, è una pittura dal carattere crepuscolare, alla Montale quindi, dura, faticata, ma candidamente e poeticamente levigata, come “ossi di seppia”.

PENSARE E CREARE

di Giancarlo Frisoni

Io tutte queste cose non le sapevo, sono state loro a cercare me. Io sapevo solo che all’improvviso ero rimasto senza neanche più un amico con cui giocare perché se ne erano andati tutti a stare in città, e pensavo a cosa fare per passare il tempo. Stavo lunghi momenti a guardare i colori dei campi che prima mai mi erano sembrati così belli. A guardare i muri screpolati del vecchio ghetto dove il tempo aveva scalfito forme strane, alcune belle quasi fiabesche, altre complicate e astruse. Ricordo la forma di un tronco contorto, la testa di un serpente che mi faceva paura, la faccia di un mostro orribile che pensavo tra me e me – tanto pian piano ti cambio -. Così con una pietra appuntita avevo tracciato dei segni per farle i capelli, l’ovale di un volto grazioso, poi le braccia, dei fili di fiori in una mano. Allontanandomi mi era piaciuto e non mi incuteva più quel senso di apprensione. Da quel giorno ho avuto tasche piene di chiodi, di sassi e carboni, e incidevo scalfivo, imbrattavo muri e porte.

Il mio “cosa fare” era diventato come, dove, e quando fare, tanto che mia madre doveva venire a cercarmi! Poi è venuto naturale rubare il ramato per colorare i cieli dei miei disegni, lo guardavo sempre sul muro dietro la vite del portico quant’era bello il turchino! Ma non mi bastava, volevo i colori di tutta la terra, e strisciavo foglie d’olmo e di malva sul muro fin quando lasciavano il verde, dai papaveri rubavo il rosso, dai pollini il giallo, il viola dal vino.

Mai più ricordo un periodo così pieno di me. Guardavo le cose ed il paesaggio per capire e imparare quel che non sapevo, nomi che codificavo a modo mio : i miei tagli erano le linee, le forme il disegno, le proporzioni la prospettiva. E intanto copiavo sui muri quel che avevo davanti, e sognavo di diventare pittore come il bambino disegnato sulla scatola dei colori che mia sorella più grande teneva rigorosamente nella cartella di scuola. Già, i colori, un dilemma! Per me che non ne avevo non erano mai abbastanza, esistevano solo quelli che vedevo e trovavo in natura, e quelli dovevo usare! La passione e la curiosità così muovevano il mio mondo, mi scoprivano inventore, occhi e mani trovavano e provavano di tutto, dallo zolfo al succo di sambuco, dall’acqua arrugginita al mallo di noci fino ai tuorli delle uova. E poi la terra, la mia terra che raccoglievo quand’era polvere, la impastavo con le mani e l’attaccavo al muro. Solo che non avevo colle e quando s’asciugava screpolava e poi cadeva, mi aiutavo allora con manciate di farina che usavo da legante, avevo visto il nonno tamponare così i buchi del paiolo.

Oggi posso dire che quel periodo mi ha forgiato e insegnato una visione e filosofia di vita speciale, che mi ha portato sempre più verso la curiosità, la bellezza e il piacere delle cose. All’interesse del conoscere, del pensare, del creare e del fare. Il sogno che avevo da bambino posso dire che si è realizzato, e oggi dipingere è parte di me.

BIOGRAFIA

Giancarlo Frisoni nasce a Valliano, un paesino dell’entroterra riminese il 19 giugno 1958. Anche se fin da bambino aveva capito che l’arte sarebbe stata parte integrante della sua vita, e solo dai primi anni 80 che comincia a far conoscere il suo lavoro e ottenere i primi consensi e riconoscimenti da parte del pubblico e della critica, partecipando a numerosi concorsi nazionali di narrativa, pittura e poesia.

L’attivita fotografica fa di lui un testimone e cultore della civilta contadina dalla quale proviene. La vasta documentazione arricchisce i numerosi volumi pubblicati, arreda con gigantografie il Museo Etnografico di Valliano. Nel 2012 “Volti di donna, tempo e spirito del mondo contadino” diventa una mostra itinerante a richiesta dei musei nazionali. Pubblica poi il libro fotografico “ Solo chi e stato sa chi e” edito Aiep, e nel 2014 propone la mostra “ Wonderful “ patrocinata dalla Segreteria alla Cultura presso casa Filippi, Universi-ta e Studi di M. Giardino. Nel 2015 rappresenta la Repubblica di San Marino con la mostra “Il cibo nelle ma-ni” negli eventi Expo, sul tema dell’alimentazione antica.Scrive di lui il fotografo Livio Senigalliesi “L’uso sapiente del suo bianco e nero emoziona e conserva tutta la forza della sua terra. Secondo i dettami della migliore fotografia, ha la capacita di cogliere le espressioni e le voci dell’anima!”

In campo letterario inizia in sodalizio con il suo professore di lettere. Dal 1983 al 2009 pubblicano 20 volumi che raccolgono in maniera approfondita e completa ogni caratteristica del mondo contadino.Si contraddi-stingue al premio Narrativa Titano classificandosi al 2° posto. Nel 2010 pubblica il romanzo “ La bambola del tempo perduto “ edito Aiep, aggiudicandosi il premio di merito al concorso letterario internazionale Citta di Cattolica. E nel 2013 pubblica il romanzo “ Storie di Avagliano “edito Gruppo Albatros Roma.

Nell’ambito pittorico, dopo aver fin da bambino imbrattato muri e fogli di ritratti, inizia una costante e continua ricerca che lo porta a cimentarsi con una materia ricca e inusuale, plasmata di colori e pigmenti naturali. Ora la sua e una pittura ricca e sicura, elogiata da pubblico e critici di fama. “ Niente da dire. C’e sicuramente qualità nel suo lavoro …..” (Marco Goldin) “La sua meditazione materica mi ha molto interessato ….” (Umberto Eco) “ Non sono un esperto di pittura ma ho ricevuto emozioni, e credo che, chi è in grado di trasferire emozioni porti con se un grande dono, e sia degno di chiamarsi artista“(Un visitatore qualunque). Il suo lavoro, ben inserito in solide strutture, mostra la capacita di comporre e distribuire, la padronanza del segno, il controllo di mutare tonalità crude e graffianti in percorsi soffici e delicati che regalano emozioni. Dopo le prime personali e collettive anni 80 – 90 a Riccione, Rimini e San Marino, ha esposto nelle sale del Castello di Borgo Maggiore con la mostra “ Emozioni oltre il muro”, patrocinata dal Dicastero della Cultura. A Rimini, nella Galleria dell’Immagine con la mostra “Madre Terra” patrocinata dai Musei Comunali. Nella Pinacoteca San Francesco con la mostra “ Segni di memoria “ sempre patrocinata dal Dicastero della Cultura.

Nel 2015 ha fatto parte degli artisti che hanno rappresentato la Repubblica di San Marino nel progetto “Friendship project” alla 56.ma mostra internazionale d’arte a Venezia. Sempre a San Marino a Palazzo Graziani, ha presentato la mostra “Il poeta della terra”, inserita anch’essa negli eventi Expo.

Infine ha rappresentato l’antica Repubblica anche alla 57.ma mostra internazionale d’arte a Venezia.

“La sua pittura –scrive Vincenzo Sanfo il curatore – e poesia e riflessione, una pittura dal carattere crepuscolare, alla Montale, dura, faticata, ma candidamente e poeticamente levigata, come “ossi di seppia”. I suoi nuovi lavori raccontano la vita e la sfera delle sue emozioni. Una sorta di viaggi, dove ogni interlocutore troverà sensazioni vissute o da vivere ancora.

Nel 2018, con le EDIZIONI ARTinGENIO, pubblica il libro di foto d’arte e poesie “Memorie. Volti e voci della mia gente”.

Nell'ambito pittorico, Frisoni cerca negli anni una propria individualità e maturità artistica, trovando una sua dimensione nella costante ricerca della materia che riesce a scremare e denudare, arricchendola con pigmenti e colori dei più diversi e inusuali.

Ora la sua è una pittura ricca e sicura, ben inserita in solide strutture mostra la capacità di comporre e distribuire, la padronanza del gesto e il controllo di tonalità crude e graffianti, ma soffici e dolci che regalano emozioni.

Importante la mostra di pittura dal titolo "Il poeta della terra"

Nel 2017 espone le proprie opere alla 56ma Biennale Internazionale d'Arte di Venezia.

Nel 2018 la mostra nella splendida cornice di Palazzo Fantuzzi a Bologna (Galleria Farini), nella quale è stato presentato il testo “Natura aorgica. Giancarlo Frisoni” edito da EDIZIONI ARTinGENIO

I miei quadri – Opere di Giancarlo Frisoni: https://www.youtube.com/watch?v=DRNFcGZZs5E

RTV San Marino: https://www.sanmarinortv.sm/news/cultura-c6/giancarlo-frisoni-dalla-biennale-bologna-concept-a99422

EventArt con Giancarlo Frisoni

Eventi artistici curati da ARTinGENIO