La parole hanno un peso Laura Zilocchi

La parole hanno un peso
Laura Zilocchi

PISA - OFFICINE GARIBALDI

Pisa

Officine Garibaldi 7-21 Novembre 2022

ORARI DI APERTURA:
dal lunedì al venerdì 10-19
CONTATTI:
ARTinGENIO MUSEUM- OFFICINE GARIBALDI
Via Vincenzo Gioberti, n. 39- 56124- Pisa (PI)
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locandina

 

In mostra a Pisa l’artista Laura Zilocchi: “Le parole hanno un peso”

Per Laura Zilocchi "la scrittura è il fondamento di ogni conoscenza". Ama la letteratura e dipinge dagli anni ’70 sperimentando l’acquerello, il pastello e la pittura ad olio. Le sue opere sono esposte oggi in permanenza in molte realtà museali, inclusa la nostra di ARTinGENIO MUSEUM, e ha partecipato a oltre 60 mostre nazionali e internazionali. L’elemento cardine del suo genio creativo va sicuramente ricercato nella sua passione per la ricerca storica e, a testimonianza di questo, vanno menzionate le sue varie pubblicazioni. Lavori come il “Il Monastero della SS.Annunziata dell'Ordine di San Benedetto in Brescello”, “Il Palazzo Terranova a Brescello”, ma anche “L'oca in dal Bronsòn ( l'oca in pentola)”, ricerca sulla cucina storica con riferimenti a tradizioni, leggende e storia romana e medievale. In effetti, se è vero che il linguaggio nasce intorno alla tavola, e vale la pena menzionare opere come “I dotti a banchetto” di Ateneo, scritto nel II secolo dopo Cristo, Laura Zilocchi racconta il gusto del proprio fare arte. Ottima cuoca, puoi sederti a tavola nella sua suggestiva abitazione, per discutere dell’importanza della memoria delle tradizioni. Non si può scindere la pittrice dalla scrittrice appassionata dei mondi che furono. E tanto si immerge nella ricerca dei costumi dei popoli antichi, da mutuarne in modo inconscio, persino inconsapevole, i simboli, i colori, le immagini. Qualcuno ha visto nelle sue opere chiari riferimenti a Capogrossi, a Mirò, a Kandinskij; ma va subito detto che l’innegabilità di tali presenze formali è da ritenersi figlia delle sue ricerche e della sua immersione in cosmi concettuali, piuttosto che nello studio di quei grandi maestri. La Zilocchi è incuriosita dai tessuti delle donne africane ed è proprio in quel frangente che mutua quei simboli delle famose “forchette” usati da Capogrossi. Non sarebbe sminuente l’aver tratto ispirazione dai grandi pittori dell’astrattismo e del surrealismo, dal Blaue Reiter, con il gusto di Franz Marc per la spontaneità del regno animale, metafora di purezza e innocenza o le linee rupestri e lo stile calligrafico di Joan Mirò, la passione per il colore che diventa musica, pensando allo “Spirituale nell’arte” di Vasilij Kandinskj. Tutti gli artisti, come tutti gli scrittori, hanno tratto ispirazione da ciò che hanno visto e letto, da quelle opere sulle quali si sono formati. Ma in Laura Zilocchi prevale sicuramente una sperimentazione che si basa su un’intensità poetica di profonda immersione nella dimensione arcaica della vita. Quindi potremmo dire che si è trovata ad attingere probabilmente alle stesse fonti dei grandi maestri, in modo spesso inconsapevole. E se si conosce l’artista nella dimensione quotidiana e domestica, non c’è da dubitare circa la propria naturalezza nel dichiararsi legata più ai propri meandri concettuali che ai pittori della storia dell’arte contemporanea.
E veniamo al “Peso delle parole”; in una società sempre più globalizzata, massificata, le parole sembrano sgretolarsi, uscire in disordine come dallo “Sputar sentenze”, opera in terracotta su legno. È tanto facile nei tempi attuali, come si è visto nella pandemia, seguire in modo acritico sentenze sputate da qualcuno più o meno autorevole che fosse. Mai come nell’era digitale abbiamo avuto la possibilità di approfondire, di conoscere, di sedimentare informazioni e formarsi opinioni personali; eppure, per paradosso, il digitale nella sua impostazione di bit 1-0, sembra indurre alla generazione di sentenze assolutistiche, peraltro effimere. Con la stessa facilità con cui, in un dato momento, si considera fuori moda un atteggiamento, lo si considera persino obbligatorio un attimo dopo. E le parole, sembrano non avere il peso che hanno come ricettacoli di senso. Un senso che non può venire stravolto in modo isterico.
Viene richiesta oggi quella resilienza che l’artista mette in opera con l’omonimo quadro, “corda e chiodo antico su tela”. Potremmo chiederci chi è quel chiodo antico al quale si appende la corda e forse potremmo pensare a quell’esistenziale che noi stessi siamo. Un chiodo atavico, conficcato in una debole tela, al quale sta appeso forse il nulla, ma pur sempre qualcosa che ci lega. Come la re-ligione è un legame che ci lega a qualcosa che non vediamo, ma che sentiamo innanzitutto vincolato alla nostra esistenza morale.
Siamo legati al nulla? Dove finiscono tutte le nostre parole? Un artista non ha il compito di fornire visioni, specialmente oggi dopo le avanguardie, ma ha la funzione fondamentale di mettere in moto emozioni, riflessioni, domande. E Laura Zilocchi ci riesce in pieno.

Francesco Corsi